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Colesterolo e trigliceridi in eccesso alla base di seri problemi

Il COLESTEROLO e’ una sostanza grassa presente normalmente nel sangue la cui valutazione puo’ essere effettuata tramite il prelievo ematico. Questo elemento svolge una funzione vitale in quanto e’ un componente di tutte le membrane cellulari e rappresenta il precursore per la sintesi di numerosi ormoni (ormoni sessuali, ormoni antistress), della vitamina D e dei sali biliari. Il COLESTEROLO e’ in parte introdotto attraverso gli alimenti (COLESTEROLO esogeno) ed in parte e’ prodotto direttamente dal fegato (COLESTEROLO endogeno). Gli organi piu’ ricchi in COLESTEROLO sono rappresentati dal cervello (10%), dalle ghiandole surrenali (3%) ed in successione dalla pelle, milza, ovaie e globuli rossi. Il trasporto del COLESTEROLO nel sangue avviene tramite particolari proteine tra cui si annoverano le HDL e le LDL, rispettivamente note come “COLESTEROLO buono” e ” COLESTEROLO cattivo”. Se in eccesso puo’ rappresentare un fattore di rischio, ossia incidere negativamente sulla funzionalita’ dei vasi sanguigni. Quando il COLESTEROLO introdotto nell’organismo supera le normali esigenze e non puo’ essere convogliato completamente all’interno delle cellule, parte di esso si deposita lungo le pareti dei vasi sanguigni con conseguenze evidenti per la salute dell’organismo. Gli studi condotti al fine di stabilire una correlazione tra l’aumento del COLESTEROLO e la comparsa di determinati disturbi confermano l’esigenza di monitorare un parametro la cui alterazione contribuisce a compromettere il benessere di cuore e vasi sanguigni. E’ necessario evidenziare che anche bassi valori di COLESTEROLO rappresentano un fattore negativo per la salute dell’organismo, ragione per cui e’ importante cercare di mantenere costante tale parametro nell’intervallo di riferimento (cioe’ al di sotto di 200 mg per 100 ml di sangue). Sicuramente lo stile di vita, l’alimentazione, il fumo, lo stress e molti altri fattori concorrono alla determinazione di situazioni favorenti l’incremento dei livelli di COLESTEROLO e trigliceridi presenti nel sangue. E’ ormai risaputo che i livelli di COLESTEROLO e di trigliceridi nel sangue sono fortemente condizionati dal tipo di alimentazione. Una dieta caratterizzata da un minor consumo di acidi grassi saturi (latte intero, latticini, burro, carni grasse, insaccati, formaggi) e da un apporto giornaliero di COLESTEROLO inferiore a 300 mg, rappresenta il presupposto alimentare basilare per un intervento efficace. Il consumo di grassi animali dovrebbe essere ridotto ed in parte sostituito con quelli di origine vegetale. Si consiglia di limitare o evitare l’assunzione di cibi ricchi di zuccheri semplici e poveri di fibre e di sostanze antiossidanti. Nei soggetti in sovrappeso e’ necessario adottare una riduzione energetica ed abolire il consumo di alcool in caso di eccesso di trigliceridi nel sangue. La quota lipidica giornaliera intorno al 30% delle Kcal totali dovrebbe essere ripartita in uguale misura tra grassi saturi, monoinsaturi e polinsaturi. Il consumo di alimenti vegetali ha un suo razionale nell’effetto ipocolesterolemizzante delle proteine vegetali, probabilmente a causa dello loro capacita’ di accelerare il catabolismo (cioe’ la demolizione) delle LDL. Utile ed efficace risulta il consumo di pesce ricco in omega-3, nutrienti indispensabili per il benessere dell’organismo, attivamente coinvolti nella regolazione del metabolismo lipidico. Le linee guida generali per un controllo dietetico del COLESTEROLO possono essere cosi’ riassunte: controllare periodicamente il livello di COLESTEROLO nel sangue: quando i valori sono leggermente alterati, la cura dell’alimentazione rappresenta la soluzione piu’ corretta ed efficace; evitare l’incremento di peso corporeo o seguire una dieta ipocalorica: il dimagrimento determina una diminuzione dei valori ematici di COLESTEROLO; ridurre il consumo di zuccheri semplici (preferire il pane integrale, dimezzare il quantitativo di zuccheri, ridurre il consumo di dolci, evitare bibite e succhi); favorire il consumo di carboidrati complessi o amidi (i legumi, il pane, il riso, la verdura in generale costituiscono gli alimenti ricchi di carboidrati complessi, il cui ruolo e’ stato rivalutato dagli enti che si occupano di nutrizione): la dieta mediterranea diventa pertanto un modello alimentare estremamente utile per combattere le dislipidemie; limitare il consumo di alimenti ricchi di grassi ed in particolare in acidi grassi saturi; aumentare il consumo di frutta e verdura ricchi di sostanze antiossidanti; aumentare il consumo di pesce (almeno 2-3 volte a settimana) per un maggiore apporto di acidi grassi polinsaturi della serie omega-3 che si trovano sostanzialmente nel pesce (soprattutto sgombro, triglia, sarda, salmone e altri ancora); non consumare piu’ di 2 uova a settimana; evitare il fumo (causa una maggiore produzione di radicali liberi a cui non si riesce a far fronte con le normali riserve antiossidanti e questo comporta un aumento dell’ossidazione del COLESTEROLO “cattivo” LDL), evitare il consumo di alcolici, lo stress, praticare attivita’ fisica. In particolare, il movimento esercita una serie di effetti benefici a livello del tessuto muscolare, dell’apparato respiratorio e del sistema cardiocircolatorio. Su quest’ultimo, l’attivita’ fisica costribuisce a ridurre la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa. Si riscontra inoltre una riduzione del COLESTEROLO totale, dei trigliceridi ed un aumento del COLESTEROLO HDL.

Fonte: La Stampa 12-05-2002

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Pistacchi per aperitivo? Buoni per controllare il colesterolo

Il consumo di pistacchi abbassa il rischio di malattie cardiovascolari in soggetti sani e che, ovviamente, non hanno alcun problema di allergie alimentari. Il fattore di protezione esercitato dai semi dell’albero del pistacchio, ormai re degli aperitivi, sarebbe dose-dipendente. Questo almeno quanto sostiene una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori del Beltsville Human Nutrition Research Center e pubblicata sull’ultimo numero della rivista American Journal of Clinical Nutrition.

I ricercatori hanno disegnato uno studio clinico randomizzato e controllato in cui sono stati proposti ai volontari tre diversi tipi di diete che fossero mirate ad abbassare il colesterolo. Una di queste diete prevedeva di ridurre l’apporto di acidi grassi saturi a favore dei grassi monoinsaturi o polinsaturi. Come fonte di grassi mono e polinsaturi nella dieta sono stati scelti proprio i pistacchi, che sono un alimento di uso comune nell’alimentazione d’oltreoceano.

I ricercatori hanno verificato che un’alimentazione in cui si sostituiscono i grassi che causano l’ipercolesterolemia (cioè i grassi saturi) con quelli mono e polinsaturi può ridurre il colesterolo e con esso il rischio cardiovascolare. In questo senso i pistacchi sono un alimento ricco in acido oleico, un antiaterogeno, e acido linoleico, un antiossidante. In una corretta alimentazione bisognerebbe assumere ogni giorno 60-70 grammi di grassi, di cui 10-15 grammi di grassi saturi, 24-40 grammi di monoinsaturi e 10-15 di polinsaturi. Questo lascia intendere che i semi di pistacchio fanno bene se se ne mangia una quantità che rispetti questo tipo di assunzione. Perché la regola è sempre non eccedere, variare l’alimentazione e fare attività sportiva in modo da consumare ciò che si assume.

Fonte: Gebauer SK et al. Effects of pistachios on cardiovascular disease risk factors and potential mechanisms of action: a dose-response study. American Journal of Clinical Nutrition 2008.

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Colesterolo, occhio al cocco!

noce di cocco
noce di cocco
La noce di cocco è una pericolosa fonte di grassi da consumare con cautela o una panacea in grado di dare una marcia in più alla nostra salute come affermano numerosi siti internet di Medicina alternativa? La risposta esatta è purtroppo la prima, come sottolineano l’American Heart Association e la National Heart Foundation.Nonostante la natura vegetale dell’olio e del latte di cocco, infatti, si tratta di prodotti ricchissimi di grassi saturi (nell’olio di cocco si arriva a un 85-90 per cento), estremamente dannosi per la salute. Persino nel latte di cocco a ridotto contenuto di grassi esistente in commercio si hanno 10 grammi di grassi saturi ogni 100 grammi di prodotto, a fronte per esempio del 2,3 per cento presente nel latte intero di mucca.

Numerosi siti internet dedicati alla Medicina alternativa affermano che i grassi saturi del cocco sarebbero comunque diversi da quelli di origine animale e quindi meno dannosi, ma è provato scientificamente che il consumo di cocco porta a un sensibile innalzamento dei valori di colesterolo LDL.

Fonte: Nogrady B. Coconut: good fat or bad? ABC Health 25/09/2008.

I rischi del colesterolo alto

La notizia. Secondo un’indagine inglese la maggior parte delle persone non è a conoscenza del fatto che alti livelli di colesterolo costituiscano un fattore di rischio importante per le malattie cardiovascolari. In particolare i ricercatori sottolineano che in molti casi è possibile abbassare questi livelli adottando semplici cambiamenti dello stile di vita, riguardanti per esempio la dieta e una maggiore pratica di attività fisica.

Approfondimento. Il colesterolo è un grasso presente nel corpo umano; si tratta di una sostanza fondamentale per il nostro organismo: è infatti una parte essenziale della composizione delle membrane cellulari, di alcuni ormoni e strutture neurologiche, oltre ad essere nutrimento per alcuni tipi di cellule. D’altro canto, il colesterolo è noto per essere responsabile di alcune patologie, per esempio l’ischemia cardiaca, l’infarto e l’ictus cerebrale.

Per i moderni salutisti, alla base di un’alimentazione corretta c’è proprio il basso contenuto di colesterolo negli alimenti; sugli scaffali dei supermercati, non a caso, molte confezioni riportano come segno di qualità, in bella vista sull’etichetta, il proprio basso contenuto in colesterolo. Questo grasso è dunque necessario per l’organismo animale, ma è indispensabile che rimanga entro determinati livelli: il problema nasce quando questi limiti vengono superati per un tempo prolungato, trasformando una sostanza utile in un potenziale pericolo per la salute.

L’indagine. Hanno partecipato allo studio indetto dalla Cholesterol UK 1000 adulti che sono stati interrogati circa le proprie abitudini alimentari e le conoscenze dei rischi di una cattiva alimentazione. Il 90 per cento dei partecipanti ha affermato di mangiare “sempre” o “generalmente” in maniera sana ed equilibrata, anche se il 60 per cento di essi ha ammesso di mangiare cibi a basso contenuto di grassi una o due volte al mese, contraddicendosi. Complessivamente solo il 5 per cento degli intervistati risultava essere consapevole del rischio legato a livelli troppo alti di colesterolo. Il 32 per cento mangia patatine fritte una o due volte alla settimana, il 19 per cento mangia cibi precotti sempre una o due volte alla settimana, mentre il 2 per cento li mangia ogni giorno, il 15 per cento mangia nei fast food una o due volte alla settimana e il 2 per cento non mangia mai frutta né verdura.

Commenti. Secondo John Reckless, della Cholesterol UK, “questa indagine dimostra che esiste una reale confusione circa le reali cause delle malattie cardiovascolari e il legame tra dieta e salute”. E ha aggiunto: “Le campagne contro il fumo e l’obesità sembrano funzionare, ma il fattore di rischio più importante, il colesterolo, non è ancora riconosciuto da molte persone”. La Cholesterol UK sta lanciando una campagna per creare un’associazione di esperti della salute che insieme possano creare una strategia a lungo termine che comprenda una dieta “nazionale” da diffondere presso la popolazione per dare il giusto risalto ai rischi del colesterolo.

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Colesterolo: meglio d’estate

I livelli di colesterolo nel sangue sembrano variare insieme alle stagioni; uno studio compiuto negli Stati Uniti e descritto sulla rivista Archives of Internal Medicine ne dà una conferma.

L’ipercolesterolemia è un aumento dei livelli di colesterolo totale nel sangue oltre i limiti stabiliti da importanti linee-guida. Si tratta di uno dei principali fattori di rischio per l’aterosclerosi e quindi di tutte le malattie cardiovascolari ad essa correlate, anche in età precoce (meno di 60 anni). Le cause dell’ipercolesterolemia si possono distinguere in dietetiche (assunzione ripetuta di condimenti e cibi particolarmente ricchi in colesterolo); legate a condizioni fisiologiche particolari (gravidanza, menopausa); malattie (ipotiroidismo, insufficienza renale cronica e alcune malattie del fegato e del sangue); originate da predisposizione genetica (frequenti, potrebbero interessare addirittura 1 persona su 25 nella popolazione generale).

Esistono vari tipi di lipidi circolanti nel sangue e per valutare correttamente il rischio cardiovascolare correlato ad un aumento della colesterolemia oltre al colesterolo totale bisogna anche raccogliere alcuni dati importanti, per esempio la trigliceridemia e la colesterolemia HDL (il cosiddetto “colesterolo buono”).

In questo studio sono stati seguiti per un anno 476 soggetti volontari, di età compresa fra i 20 e 70 anni, presso un servizio sanitario del Massachusetts. Oltre alle informazioni mediche di base sono stati raccolti dati specifici sulla dieta, l’attività fisica, l’esposizione alla luce, informazioni comportamentali e sono stati misurati i livelli di colesterolo nel sangue. I livelli medi di colesterolemia hanno mostrato una variazione stagionale pittosto ampia, specialmente nelle donne; più del 22 per cento dei partecipanti aveva una variazione superiore a 6,22 per cento mmol/litro, con le variazioni più ampie registrate nei pazienti con alti livelli di colesterolo. I livelli massimi venivano raggiunti a dicembre negli uomini, a gennaio nelle donne.

Questi dati confermano quanto suggerito da studi precedenti. Secondo gli autori, la diminuzione dei livelli di grassi nel sangue durante l’estate potrebbe essere dovuta all’aumento della temperatura e alla maggiore attività fisica. Ulteriori studi sono raccomandati per comprendere meglio come valutare queste variazioni. La scoperta ha anche delle implicazioni per le linee-guida relative allo screening dell’ipercolesterolemia. Infatti se questo fenomeno è significativo bisognerà tenere conto della stagione quando si valuta la colesterolemia di un paziente; il rischio è di sopravvalutare la gravità dei risultati delle analisi d’inverno e di sottovalutarle d’estate. In caso di valori limite gli autori raccomandano di ripetere le analisi in una stagione diversa.

Bibliografia. Ockene IS, Chiriboga DE, Stanek EJ et al. Seasonal variation in serum cholesterol levels. Arch Intern Med 2004;164:863-70.

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Colesterolo LDL, il nemico pubblico numero 1

Abitudine al fumo, vita sedentaria, dieta sbagliata, stress, ma anche diabete e pressione arteriosa elevata: sono molteplici le condizioni che provocano malattia cardiovascolare, mettendo a rischio le arterie e l’intero apparato cardiovascolare. Milioni di italiani convivono con uno o più fattori di rischio cardiovascolare, sempre e anche d’estate. Il consiglio del medico è fondamentale perché non basta riposare e staccare, per liberarsene. La pausa dallo stress, l’occasione per rimettersi in forma, spesso non sono sufficienti per ridurre il rischio cardiovascolare.

Gli italiani hanno in media livelli ematici troppo alti di colesterolo: il 21 per cento degli uomini e il 25 per cento delle donne hanno un valore di colesterolemia totale uguale o superiore a 240 mg/dl.
“Sono quasi 5 milioni le persone che soffrono di diabete o che sono comunque a rischio, circa 15 milioni hanno la pressione arteriosa troppo elevata, e addirittura 30 milioni sono più o meno in sovrappeso. Infine, il 34 per cento degli uomini e il 46 per cento delle donne fanno vita sedentaria e non svolgono alcuna attività fisica durante il tempo libero”, sottolinea Alberto Margonato, Direttore Unità Operativa di Cardiologia IRCC Ospedale S. Raffaele-Milano.

Fattore di rischio non vuol dire certezza e, per fortuna, la maggior parte di tali fattori si può modificare con comportamenti adeguati ed eventualmente con una corretta terapia farmacologica. E’ importante intervenire, perché la malattia cardiovascolare colpisce ogni anno oltre 100.000 uomini e 130.000 donne in Italia. Più di 130.000 persone subiscono un infarto miocardico acuto e oltre 90.000 vengono colpiti da un ictus cerebrale. Tutte patologie con un denominatore comune: l’accumulo di colesterolo nel sangue e sulla parete interna delle arterie.

Il colesterolo è definito il “silent killer”. Soprattutto, il rapporto tra colesterolo LDL e HDL è il primo fra tutti i fattori di rischio che è necessario correggere. Controbilanciare i livelli di entrambi i tipi di colesterolo riduce il rischio cardiovascolare. Quando la dieta e l’esercizio fisico non bastano, una statina può aiutare a far raggiungere il livello ottimale di colesterolo “cattivo” LDL.

“In particolare i pazienti maggiormente esposti al rischio cardiovascolare: diabetici, cardiopatici, ipertesi, anziani, obesi su consiglio del medico necessitano di una terapia che sia in grado di aumentare il livello di colesterolo HDL in modo da ridurre l’accumulo di colesterolo LDL, diminuendone il deposito sulle pareti arteriose”, conferma Franco Bernini, Professore Ordinario di Farmacologia al Dipartimento di Scienze Farmacologiche dell’Università di Parma.

Secondo le più recenti linee-guida statunitensi, per i pazienti a rischio cardiovascolare moderatamente alto, il colesterolo totale dev’essere mantenuto su livelli inferiori a 190 mg/dL, il colesterolo LDL su valori inferiori a 100 mg/dL e quello di HDL su valori superiori a 40 mg/dL. In Italia, il 62 per cento degli uomini e il 61 per cento delle donne hanno un livello elevato di LDL (cioè maggiore di 115 mg/dl). Il 70 per cento dei pazienti a rischio cardiovascolare non riesce a raggiungere i livelli prescritti di colesterolemia.

Ai pazienti che hanno almeno un fattore di rischio cardiovascolare, è bene non dimenticare di consigliare una serie di norme igieniche e di comportamento: “Fare attività fisica aerobica a media intensità, usare comunque prudenza e non sottoporsi a sforzi bruschi che potrebbero danneggiare il cuore, evitare occasioni di stress, liberarsi dell’abitudine al fumo di sigaretta, non trascurare di comprendere nella dieta il pesce azzurro, ricordare di controllare la pressione arteriosa prima di scegliere se andare o meno in montagna (valori elevati di pressione arteriosa aumentano il rischio in alta quota). Sono buone norme che il paziente deve sempre seguire su consiglio del proprio medico curante”, conclude Stefano Genovese, Diabetologo dell’Ospedale Humanitas di Rozzano-Milano.

Fonte: Ufficio stampa AstraZeneca 2006.
Istituto Supertiore di Sanità
Grundy SM et al: NCEP Report; Circulation. 2004; 110-227-239
Olsson AG Am Heart J. 2002; 144:1044-1051
Jones et al Am J Cardiol 2003 + Olsson Am J Cardiol 2001: 86-504-504

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Colesterolo e donne: nemico sottovalutato

Le donne italiane non ritengono il colesterolo elevato fra i principali fattori di rischio per il cuore, ma sono comunque convinte che il suo valore vada controllato per evitare malattie cardiovascolari. Patologie che, tuttavia, non rientrano fra i principali timori del gentil sesso. I dati emergono da un’indagine condotta da Datanalysis – istituto di ricerca nell’area della salute – su un campione di mille donne, dai 50 anni in su, intervistate telefonicamente. L’indagine realizzata in occasione del XIV Simposio Internazionale sull’Aterosclerosi, in corso a Roma fino al 22 giugno, ha confermato un dato già noto. “Le differenze fra uomo e donna esistono soprattutto in relazione ai sintomi, i cosiddetti campanelli di allarme”, sottolinea il professor Cesare Sirtori, presidente del congresso. “Il fatto è particolarmente preoccupante perché spesso all’osservazione dello specialista arrivano donne con infarti mai diagnosticati o già affette da scompenso cardiaco”.

Più dell’infarto (ne ha paura solo il 12,7 per cento delle intervistate, soprattutto nel Nord Italia) le donne over 50 sono preoccupate dal tumore del seno, che resta il timore principale per il 33,6 per cento di esse, molte delle quali residenti nel Sud Italia e nelle isole. Seguono l’AIDS-HIV (12,3 per cento) e l’ictus (12 per cento, con prevalenza del Nord Italia). Quando poi si indaga da dove, a loro giudizio, vengano i rischi per il cuore, le italiane non hanno dubbi: la causa primaria dei disturbi all’apparato cardiovascolare è da imputare inequivocabilmente alla pressione alta (49,7 per cento delle intervistate). Risulta invece marginale il timore dal colesterolo elevato: solo il 10,5 per cento lo reputa un fattore di pericolo. Più considerato il fumo (con il 20 per cento), meno l’alimentazione scorretta (9,7per cento).

Due donne su tre, tuttavia, pensano che controllare periodicamente i valori del colesterolo contribuisca a prevenire sia infarto che ictus. Ma da chi ottengono informazioni sul tema le over 50 italiane? In primo luogo il 33,1 per cento delle intervistate, con uniforme distribuzione nazionale, dice di apprendere dal medico di fiducia tutto quello che c’è da sapere sul colesterolo. Seguono gli specialisti (20,9 per cento), i quotidiani e le riviste (19,3 per cento), i familiari e le amiche (20,5 per cento). Per le donne italiane ascoltate da Datanalysis, i problemi legati al cuore restano, nonostante l’utilità dei controlli, un timore secondario. Aspetto che trova giustificazione nel fatto che il 51 per cento del campione è dell’idea che queste patologie causino la morte più frequentemente negli uomini. Il 24,8 per cento afferma, al contrario, che ciò avviene nelle donne, mentre, per il 20,3 per cento non vi è alcuna differenza. Le differenze fra gli uomini e le donne esistono invece, per le intervistate, relativamente ai sintomi, ai cosiddetti campanelli di allarme.

“Il fatto è particolarmente preoccupante”, afferma il professor Sirtori, “perché per le donne i campanelli d’allarme – cioè i sintomi – sono meno avvertiti. Capita quindi allo specialista di vedere donne già colpite da infarto che rischiano per questo motivo di andare incontro a scompenso o altri danni vascolari. Negli uomini il 20 per cento, nelle donne il 30 per cento.” Ma le conseguenze sono gravi. “Negli Stati Uniti la dottoressa Viola Vaccarino ha recentemente pubblicato sul New England Journal of Medicine una ricerca che ha evidenziato che i medici, in generale, ascoltano meno le descrizioni dei sintomi delle donne – continua Sirtori – e per questo il trattamento farmacologico prescritto loro è meno accurato. Le donne infatti vengono meno frequentemente sottoposte ad angiografia e altri esami per accertare le patologie”.

L’indagine di Datanalysis focalizza la percezione del rischio cardiovascolare dopo la menopausa. Correttamente, aumenta per oltre la metà del campione (51,3 per cento); consistenti però i gruppi di donne secondo le quali il pericolo, al contrario, diminuisce (il 10,7 per cento), rimane uguale (25,8 per cento), o che non sanno (12,2 per cento).

Fonte: Indagine Datanalysis
XIV Simposio Internazionale sull’Aterosclerosi, Fiera di Roma 18-22 giugno

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Colesterolo: un celebre sconosciuto

La malattia cardiovascolare uccide più di ogni altra malattia al mondo: più dell’HIV e di tutte le forme di cancro messe insieme. La malattia cardiovascolare non solo uccide, spesso rende invalidi, debilita e riduce la qualità della vita più di qualunque altra patologia.

I principali fattori di rischio sono l’obesità, il fumo, la pressione alta e, soprattutto, il colesterolo elevato. Tuttavia, nonostante la sua pericolosità, la consapevolezza, la comprensione e la conoscenza dei rischi associati ad alti livelli di colesterolo sono molto scarse.
Per comprendere le ragioni di questa scorretta percezione del rischio è stato condotto lo Studio “From the Heart” che ha coinvolto diversi paesi tra cui il Belgio, il Brasile, la Francia, il Messico, il Regno Unito. È questo il primo studio in cui a pazienti con diagnosi di colesterolo elevato e ai medici che li hanno presi in cura sono state sottoposte domande generali a proposito dei loro atteggiamenti rispetto alla cura farmacologica e dei loro stili di vita.

I risultati di questo studio, effettuato da Adelphi International Research e di cui si è discusso al XIV International Symposium on Atherosclerosis a Roma, hanno evidenziato che molti pazienti non sono rimasti scioccati né turbati quando è stato loro diagnosticato un elevato tasso di colesterolo. Non solo: sebbene il 60 per cento dei pazienti avesse sentito parlare rispettivamente di colesterolo cattivo (LDL) e buono (HDL), il 74 per cento non è stato in grado di indicare l’infarto come conseguenza dell’ipercolesterolemia.

L’errore nella comprensione del rischio sembra imputabile a problemi di comunicazione medico paziente. Infatti lo studio ha evidenziato che sebbene il 99 per cento dei medici abbiano dichiarato che è loro prassi informare i pazienti sul loro tasso di colesterolo, il 52 per cento dei pazienti dichiara di non essere stato informato o di non ricordare il proprio livello di colesterolo. È evidente che ci sono delle informazioni che vengono perse a danno della salute dei pazienti che richiedono uno sforzo maggiore sia da parte dei medici che da parte dei pazienti.

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Colesterolo alto: quando si possono evitare i farmaci?

Sono circa 13 milioni gli italiani con troppi grassi nel sangue. Il 25 per cento della popolazione femminile ed il 21 per cento degli uomini. Questi i dati discussi in occasione della giornata conclusiva del XX Congresso Nazionale della Società Italiana per lo Studio dell’Aterosclerosi, tenutosi a Bologna. Il colesterolo alto è uno dei principali, e più facilmente riscontrabili fattori di rischio cardiovascolare. Secondo gli esperti una buona parte delle persone che soffre di ipercolesterolemia, tutti quelli soggetti a prevenzione primaria, non necessita di interventi farmacologici, ma di autoregolarsi assumendo stili di vita più sani. Ciò significa in primis controllo dell’alimentazione con diete a basso contenuto di grassi ed attività fisica regolare. Non più di mezz’ora al giorno di moto. Il controllo del colesterolo tramite stile di vita è tra l’altro l’unico a garantire l’aumento del colesterolo HDL (il cosiddetto colesterolo buono).

In tema di alimentazione si è parlato nelle ultime relazioni presentate di integratori alimentari, un valido aiuto di tipo non farmacologico al controllo dei livelli di colesterolo. I prodotti più validi sono basati sui fitosteroli, molecole vegetali contenute dagli olii vegetali, come l’olio d’oliva, di mais o di soia, ed ancora da frutta secca e dai legumi in genere.

La dottoressa Graziana Lupatelli, dell’équipe del professor Elmo Mannarino dell’Università di Perugia, dichiara: “Vista la bassa presenza di queste molecole in natura gli steroli sono stati addizionati ad una vasta gamma di alimenti, e tra i principali ricordiamo la margarina, lo yogurt ed il latte. Secondo i nostri studi l’assunzione di una quantità di steroli vegetali compresa fra 1 e 3 grammi al giorno per alcune settimane aiuta a ridurre il colesterolo. La riduzione testata dopo due settimane è compresa tra l’8 ed il 15 per cento, che è senza dubbio un ottimo risultato. In pratica gli steroli vegetali rimpiazzano il colesterolo nelle micelle e ne riducono l’assorbimento intestinale: impegnando i recettori specifici del colesterolo. Gli steroli vegetali fanno in modo che il colesterolo, anziché essere assorbito, venga eliminato con le feci. Per far capire alle persone, con un semplice esempio, assumere 1,6 grammi di steroli è come consumare 7 kg di arance. Il consiglio è di assumerli subito dopo i pasti principali. E la nostra principale raccomandazione è quella di non pensare di poter sostituire con questi prodotti una dieta corretta a basso contenuto di colesterolo. Chi prende lo yogurt o il latte arricchito di fitosteroli dopo non può pensare di “rimpinzarsi” di cibi come burro o patate fritte, ricchi di grassi saturi che vanno assolutamente evitati.”

Fonte: XX Convegno Nazionale della Società Italiana per lo studio dell’Aterosclerosi. Bologna,16-19 novembre 2006.

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Novità nella cura dell’ipercolesterolemia familiare

L’inibizione di una proteina di trasporto dei trigliceridi potrebbe essere la chiave per una nuova terapia contro l’ipercolesterolemia familiare. L’inibitore testato è il BMS-201038, nome in codice di quello che potrebbe essere un farmaco sul cui utilizzo si baserebbe la nuova terapia. Lo sostiene un lavoro pubblicato sull’ultimo numero della rivista New England Journal of Medicine. Secondo quanto riportato dagli autori del lavoro, la terapia con l’inibitore BMS-201038 ha ridotto del 51 per cento la concentrazione di LDL nel sangue dei soggetti osservati.

Esistono due principali forme di ipercolesterolemia familiare: quella eterozigote e quella omozigote. Nel primo caso il gene che codifica per il recettore del colesterolo LDL, la forma del colesterolo che viene assorbito dalle cellule e che se è in eccesso si deposita sulle pareti delle arterie e per questo viene definito “cattivo”, è presente in un’unica copia funzionante e quindi presente in concentrazioni più basse. Per questo motivo la concentrazione di colesterolo nel sangue tende ad aumentare. Nel caso dell’ipercolesterolemia familiare omozigote il recettore del colesterolo LDL non si esprime; i soggetti affetti da questa forma di ipercolesterolemia sono costretti alla rimozione extracorporea delle LDL, di solito sviluppano la malattia dopo i venti anni e, se non si sottopongono a cure, non sopravvivono oltre i trent’anni.

I pazienti affetti da questa patologia ereditaria hanno valori di colesterolo nel sangue che variano dai 220 ai 550 mg/dl nel caso della forma eterozigote; per la forma omozigote si registrano concentrazioni di LDL che vanno dai 650 ai 1000 mg/dl.
“Per coloro che sono affetti da ipercolesterolemia familiare sarebbe veramente una svolta”, ha dichiarato Daniel Rader, uno degli autori dello studio.

Fonte: Cuchel M et al. Inibition of microsomal triglyceride transfer protein in familial hypercolesterolemia. NEJM 2007;356:148-56.

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