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Colesterolo sconfitto con frutta e cereali

DI COLESTEROLO si e’ trattato insieme con altri temi, nelle recenti Giornate cardiologiche torinesi, presidente il prof. Antonino Brusca, cattedra di cardiologia dell’ Universita’. Logico parlarne essendo il convegno dedicato alla cardiopatia ischemica, in altre parole ai danni arrecati al cuore della aterosclerosi delle coronarie, o infarto per dirla piu’ semplicemente. Forse ci si domandera’: ancora COLESTEROLO? Non si e’ gia’ detto tutto? Certo gli atti d’ accusa sono numerosi: le placche di aterosclerosi delle coronarie hanno un centro ricco di lipidi (grassi) per tre quarti costituiti da COLESTEROLO; la somministrazione a certi animali d’ una dieta ricca di COLESTEROLO provoca lesioni simili all’ aterosclerosi umana; le inchieste epidemiologiche dimostrano a grandi linee una correlazione fra elevata quantita’ di COLESTEROLO nel sangue e rischio di episodi coronarici, e fra abbassamento del COLESTEROLO e riduzione degli episodi. Insomma la partecipazione allo sviluppo ed all’ evoluzione dell’ aterosclerosi appare innegabile. Tuttavia, a parte il fatto che la natura esatta del ruolo del COLESTEROLO rimane oscura, una visione principalmente colesterolica dell’ aterosclerosi non e’ valida. Come mai, con COLESTEROLO uguale, vi sono notevoli differenze di infarti in talune popolazioni? Perche’ il COLESTEROLO non ha chiari rapporti con l’ aterosclerosi delle arterie del cervello o degli arti inferiori? Perche’ i grandi esperimenti terapeutici non hanno dimostrato che abbassando il COLESTEROLO si riduce la mortalita’ globale? E ancora la diminuzione della mortalita’ da infarto negli Stati Uniti era iniziata gia’ prima della grande campagna contro i fattori di rischio fra cui appunto il COLESTEROLO. Insomma, l’ eccesso di COLESTEROLO non sembra essere il precursore necessario e sufficiente dell’ aterosclerosi. La malattia coronarica puo’ svilupparsi con poco COLESTEROLO, e con molto COLESTEROLO apporta senza dubbio una soluzione all’ enigma dell’ aterosclerosi, ma parziale. Il fatto che sperimentatori ed epidemiologi non abbiano cessato di indagare sui rapporti fra COLESTEROLO ed aterosclerosi e’ la prova, se ne occorresse una, che non sono soddisfatti di quanto si sa. Fra parentesi, neppure altri fattori di rischio se la passano meglio. Consideriamo l’ alcol, di cui parla un recente articolo del British Medical Journal: la mortalita’ coronarica e’ piu’ elevata negli astemi e nei piccoli consumatori che nei medi consumatori. Secondo un’ indagine neozelandese coloro che non hanno mai bevuto alcol nella loro vita sarebbero piu’ esposti all’ infarto, mentre chi ne consuma sembra protetto. La redazione della rivista britannica annuncia un prossimo articolo nel quale si dimostrerebbe che un po’ d’ alcol aumenta la speranza di vita. Insomma nonostante il grande numero di indagini sull’ epidemiologia dell’ aterosclerosi parecchi punti restano oscuri. Molti episodi coronarici avvengono in gruppi considerati a basso rischio, a dimostrazione del fatto che la causa del processo aterosclerotico e delle sue complicazioni ancora sfugge. Inoltre, a fattori di rischio apparentemente uguali, la frequenza degli incidenti e’ diversa da una popolazione all’ altra. I paesi mediterranei si distinguono da quelli Nord europei o Nord americani per un’ incidenza relativamente bassa della cardiopatia ischemica da aterosclerosi coronarica, e questa differenza non e’ spiegabile in base alla diversita’ dei fattori di rischio. Probabilmente esistono anche fattori di protezione. La conoscenza di questi fattori protettivi, e la scoperta di fattori che spieghino la suscettibilita’ individuale, sono i due progressi che si attendono nel quadro delle complicazioni dell’ aterosclerosi. Bisogna ammettere che l’ epidemiologia tradizionale e’ in parte fallita nella spiegazione del fenomeno aterosclerosi. Si aspetta con impazienza che i genetisti mettano il dito sul gene o sui geni predisponenti all’ aterosclerosi. A questo punto sara’ opportuno chiarire, per non essere fraintesi, che non si vuole certo negare l ‘ esistenza dei fattori di rischio, i quali accrescono la rapidita’ dell’ evoluzione dell’ aterosclerosi e la frequenza delle sue complicazioni. Essi sono l’ ipertesione, il tabacco, il diabete, l’ obesita’, il sesso maschile, antecedenti familiari di malattia coronarica precoce, oltre naturalmente al COLESTEROLO. Prudenza vuole che se ne tenga conto. Tornando al COLESTEROLO il dosaggio nel sangue e’ raccomandabile almeno ogni 5 anni a tutti gli adulti di piu’ di 20 anni d’ eta’. Se il medico giudichera’ che il livello e’ elevato sara’ opportuno un trattamento. Dal punto di vista dietetico, oltre a ridurre le calorie se v’ e’ un sovrappeso, le norme sono: alimentazione ricca di cereali, frutta e verdura, ridotta nei grassi animali e abbondante di oli vegetali con acidi grassi polinsaturi. Ma un accanimento contro il COLESTEROLO e’ ingiustificato, non si e’ sicuri che dopo i 50 anni sia un fattore di rischio importante e che i sessantenni con 300 di COLESTEROLO non si complica necessariamente la malattia coronarica. Il abbiano, soltanto per questo, un forte pericolo di malattia coronarica.

Fonte: La Stampa 01-03-1992

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Colesterolo e trigliceridi in eccesso alla base di seri problemi

Il COLESTEROLO e’ una sostanza grassa presente normalmente nel sangue la cui valutazione puo’ essere effettuata tramite il prelievo ematico. Questo elemento svolge una funzione vitale in quanto e’ un componente di tutte le membrane cellulari e rappresenta il precursore per la sintesi di numerosi ormoni (ormoni sessuali, ormoni antistress), della vitamina D e dei sali biliari. Il COLESTEROLO e’ in parte introdotto attraverso gli alimenti (COLESTEROLO esogeno) ed in parte e’ prodotto direttamente dal fegato (COLESTEROLO endogeno). Gli organi piu’ ricchi in COLESTEROLO sono rappresentati dal cervello (10%), dalle ghiandole surrenali (3%) ed in successione dalla pelle, milza, ovaie e globuli rossi. Il trasporto del COLESTEROLO nel sangue avviene tramite particolari proteine tra cui si annoverano le HDL e le LDL, rispettivamente note come “COLESTEROLO buono” e ” COLESTEROLO cattivo”. Se in eccesso puo’ rappresentare un fattore di rischio, ossia incidere negativamente sulla funzionalita’ dei vasi sanguigni. Quando il COLESTEROLO introdotto nell’organismo supera le normali esigenze e non puo’ essere convogliato completamente all’interno delle cellule, parte di esso si deposita lungo le pareti dei vasi sanguigni con conseguenze evidenti per la salute dell’organismo. Gli studi condotti al fine di stabilire una correlazione tra l’aumento del COLESTEROLO e la comparsa di determinati disturbi confermano l’esigenza di monitorare un parametro la cui alterazione contribuisce a compromettere il benessere di cuore e vasi sanguigni. E’ necessario evidenziare che anche bassi valori di COLESTEROLO rappresentano un fattore negativo per la salute dell’organismo, ragione per cui e’ importante cercare di mantenere costante tale parametro nell’intervallo di riferimento (cioe’ al di sotto di 200 mg per 100 ml di sangue). Sicuramente lo stile di vita, l’alimentazione, il fumo, lo stress e molti altri fattori concorrono alla determinazione di situazioni favorenti l’incremento dei livelli di COLESTEROLO e trigliceridi presenti nel sangue. E’ ormai risaputo che i livelli di COLESTEROLO e di trigliceridi nel sangue sono fortemente condizionati dal tipo di alimentazione. Una dieta caratterizzata da un minor consumo di acidi grassi saturi (latte intero, latticini, burro, carni grasse, insaccati, formaggi) e da un apporto giornaliero di COLESTEROLO inferiore a 300 mg, rappresenta il presupposto alimentare basilare per un intervento efficace. Il consumo di grassi animali dovrebbe essere ridotto ed in parte sostituito con quelli di origine vegetale. Si consiglia di limitare o evitare l’assunzione di cibi ricchi di zuccheri semplici e poveri di fibre e di sostanze antiossidanti. Nei soggetti in sovrappeso e’ necessario adottare una riduzione energetica ed abolire il consumo di alcool in caso di eccesso di trigliceridi nel sangue. La quota lipidica giornaliera intorno al 30% delle Kcal totali dovrebbe essere ripartita in uguale misura tra grassi saturi, monoinsaturi e polinsaturi. Il consumo di alimenti vegetali ha un suo razionale nell’effetto ipocolesterolemizzante delle proteine vegetali, probabilmente a causa dello loro capacita’ di accelerare il catabolismo (cioe’ la demolizione) delle LDL. Utile ed efficace risulta il consumo di pesce ricco in omega-3, nutrienti indispensabili per il benessere dell’organismo, attivamente coinvolti nella regolazione del metabolismo lipidico. Le linee guida generali per un controllo dietetico del COLESTEROLO possono essere cosi’ riassunte: controllare periodicamente il livello di COLESTEROLO nel sangue: quando i valori sono leggermente alterati, la cura dell’alimentazione rappresenta la soluzione piu’ corretta ed efficace; evitare l’incremento di peso corporeo o seguire una dieta ipocalorica: il dimagrimento determina una diminuzione dei valori ematici di COLESTEROLO; ridurre il consumo di zuccheri semplici (preferire il pane integrale, dimezzare il quantitativo di zuccheri, ridurre il consumo di dolci, evitare bibite e succhi); favorire il consumo di carboidrati complessi o amidi (i legumi, il pane, il riso, la verdura in generale costituiscono gli alimenti ricchi di carboidrati complessi, il cui ruolo e’ stato rivalutato dagli enti che si occupano di nutrizione): la dieta mediterranea diventa pertanto un modello alimentare estremamente utile per combattere le dislipidemie; limitare il consumo di alimenti ricchi di grassi ed in particolare in acidi grassi saturi; aumentare il consumo di frutta e verdura ricchi di sostanze antiossidanti; aumentare il consumo di pesce (almeno 2-3 volte a settimana) per un maggiore apporto di acidi grassi polinsaturi della serie omega-3 che si trovano sostanzialmente nel pesce (soprattutto sgombro, triglia, sarda, salmone e altri ancora); non consumare piu’ di 2 uova a settimana; evitare il fumo (causa una maggiore produzione di radicali liberi a cui non si riesce a far fronte con le normali riserve antiossidanti e questo comporta un aumento dell’ossidazione del COLESTEROLO “cattivo” LDL), evitare il consumo di alcolici, lo stress, praticare attivita’ fisica. In particolare, il movimento esercita una serie di effetti benefici a livello del tessuto muscolare, dell’apparato respiratorio e del sistema cardiocircolatorio. Su quest’ultimo, l’attivita’ fisica costribuisce a ridurre la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa. Si riscontra inoltre una riduzione del COLESTEROLO totale, dei trigliceridi ed un aumento del COLESTEROLO HDL.

Fonte: La Stampa 12-05-2002

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Colesterolo “buono”? Buono anche per la memoria

Il colesterolo HDL, ovvero quello delle lipoproteine ad alta densità che portano via il colesterolo dal sangue trasportandolo negli organi che lo richiedono, ha una funzione protettiva e molti cercano di tenerne alto il livello per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari; la sua azione protettiva potrebbe però arrivare sino al cervello. Una ricerca congiunta inglese, francese e finlandese mostrerebbe infatti che a livelli più alti di colesterolo HDL corrispondono migliori performance nei test di memoria. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Arteriosclerosis, Thrombosis and Vascular Biology.

I ricercatori hanno misurato i livelli di colesterolo totale, HDL e trigliceridi di 3600 impiegati britannici prima di sottoporli ad un test di memoria per due volte, a sei anni di distanza: a 55 e a 61 anni. L’esercizio consisteva nel leggere 20 parole e scrivere in due minuti quelle che erano riusciti a memorizzare. I risultati hanno mostrato che le performance migliori erano quelle di chi aveva un livello di colesterolo HDL più alto.

Inoltre quei soggetti che nel tempo mostravano una diminuzione di questo tipo di colesterolo nel sangue, avevano anche performance peggiori nel secondo test di memoria rispetto al primo. Dunque occorre cercare di aumentare e mantenere a buoni livelli questa molecola nel sangue, ma come fare? Innanzitutto più sport e attività fisica, poi niente sigarette (il fumo abbassa i livelli di HDL). Inoltre, tenere sotto controllo l’alimentazione: meno cibi ad elevati valori di grassi saturi, non esagerare con i carboidrati, via libera a verdure e legumi.

Fonte: Singh-Manoux A et al. Low HDL Cholesterol Is a Risk Factor for Deficit and Decline in Memory in Midlife. The Whitehall II Study. Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology 2008; published online before print, doi: 10.1161/ATVBAHA.108.163998.

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Pistacchi per aperitivo? Buoni per controllare il colesterolo

Il consumo di pistacchi abbassa il rischio di malattie cardiovascolari in soggetti sani e che, ovviamente, non hanno alcun problema di allergie alimentari. Il fattore di protezione esercitato dai semi dell’albero del pistacchio, ormai re degli aperitivi, sarebbe dose-dipendente. Questo almeno quanto sostiene una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori del Beltsville Human Nutrition Research Center e pubblicata sull’ultimo numero della rivista American Journal of Clinical Nutrition.

I ricercatori hanno disegnato uno studio clinico randomizzato e controllato in cui sono stati proposti ai volontari tre diversi tipi di diete che fossero mirate ad abbassare il colesterolo. Una di queste diete prevedeva di ridurre l’apporto di acidi grassi saturi a favore dei grassi monoinsaturi o polinsaturi. Come fonte di grassi mono e polinsaturi nella dieta sono stati scelti proprio i pistacchi, che sono un alimento di uso comune nell’alimentazione d’oltreoceano.

I ricercatori hanno verificato che un’alimentazione in cui si sostituiscono i grassi che causano l’ipercolesterolemia (cioè i grassi saturi) con quelli mono e polinsaturi può ridurre il colesterolo e con esso il rischio cardiovascolare. In questo senso i pistacchi sono un alimento ricco in acido oleico, un antiaterogeno, e acido linoleico, un antiossidante. In una corretta alimentazione bisognerebbe assumere ogni giorno 60-70 grammi di grassi, di cui 10-15 grammi di grassi saturi, 24-40 grammi di monoinsaturi e 10-15 di polinsaturi. Questo lascia intendere che i semi di pistacchio fanno bene se se ne mangia una quantità che rispetti questo tipo di assunzione. Perché la regola è sempre non eccedere, variare l’alimentazione e fare attività sportiva in modo da consumare ciò che si assume.

Fonte: Gebauer SK et al. Effects of pistachios on cardiovascular disease risk factors and potential mechanisms of action: a dose-response study. American Journal of Clinical Nutrition 2008.

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Armi contro il colesterolo alto: quali le più potenti?

colesteroloCome abbassare il colesterolo? Quale farmaco garantisce dei buoni risultati proteggendo la salute del nostro cuore?

Delle risposte – anche se parziali – possono essere lette sull’ultimo numero degli Archives of Internal Medicine che pubblica gli esiti di una ricerca che ha messo sotto la lente di ingrandimento i trattamenti antilipidemici più in voga nella prevenzione cardiovascolare. Cioè statine, fibrati, resine, niacina, omega-3 e dieta ipolipemizzante.

Tra questi armi anti-colesterolo alto le statine e gli omega-3 sembrano quelli più promettenti.

Dalla revisione sistematica di un centinaio di studi clinici pubblicati tra il 1965 e il 2003 che valutano l’efficacia terapeutica di questi interventi antilipidemici su una popolazione complessiva di quasi 280 mila soggetti – spiegano gli Archives – è stato rilevato che le statine e gli omega-3 sono gli interventi più incoraggianti in termini di riduzione della mortalità sia totale che cardiovascolare, al contrario i fibrati sono quelli più deludenti.

Restano dietro le quinte le resine e le diete, per le quali non sono state riscontrate differenze così significative nella prevenzione sia primaria che secondaria.
“Il nostro studio conferma i benefici delle statine nel ridurre il rischio di mortalità totale e cardiovascolare nei pazienti con e senza cardiopatie e, inoltre, aggiunge prove a favore degli omega-3 nei pazienti cardiopatici”, specifica uno degli autori della studio, Marco Studer dell’Università svizzera di Basilea. “Nei pazienti in terapia con fibrati, invece, non viene osservata una riduzione di mortalità totale ma un aumento della mortalità per cause non cardiovascolari”.

In realtà fibrati e niacine sono molto efficaci quali antilipidemici: da un lato abbassano i trigliceridi nel sangue dall’altro incrementano i livelli del “colesterolo buono” (lipoproteine ad alta densità, HDL). Non a caso le attuali linee-guida ne raccomandano l’impiego nei pazienti con ipertrigliceremia, alti livelli ematici di lipoproteine a bassa densità (LDL) e nei pazienti con sindrome metabolica.

Tuttavia, come suggeriscono gli autori, gli omega-3 se impiegati nelle giuste dosi possono portare agli stessi benefici dei fibrati (riduzione dei trigliceridi) ma con il vantaggio di essere associati a una più bassa mortalità.

Fonte: Studer M, Brile M, Leimenstoll, et al. Effect of different antilipidemic agents and diets on mortality. Arch Intern Med 2005; 165:725-30.

Per combattere il colesterolo basta un qualsiasi integratore di omega-3?

Ma non tutti gli integratori di omega-3 sono uguali, per ottenere questi risultati contro il colesterolo alto sono necessari gli Omega-3 distillati molecolarmente e ad alta concentrazione, che contengano cioè almeno il 60% di omega-3 e siano puri, senza inquinanti… altrimenti i benefici degli omega-3 rischiano di essere annullati dalle sostanze tossiche che possono essere presenti nel pesce.

Inoltre per ottenere le stesse quantità di omega-3 con un integratore non concentrato bisognerebbe assumerne molte più capsule, mentre con un integratore di grado farmaceutico può essere sufficiente 1 capsula al giorno.

E’ meglio allora acquistare solo dalle aziende che sottopongono ogni lotto di produzione all’analisi di un istituto indipendente, riconosciuto a livello mondiale dai principali produttori di omega tre.

Questo istituto si chiama IFOS -International Fish Oil Standards con sede presso la University of Guelph in Canada- e sul loro sito è possibile trovare l’elenco aggiornato delle ditte e le relative analisi dei prodotti.

Proprio per l’elevata qualità del prodotto – praticamente è puro al 100% – questo tipo di olio è chiamato “di Grado Farmaceutico” – in inglese Pharmaceutical Grade Fish Oil, in sigla PGFO.
L’elenco delle ditte e delle analisi è consultabile sul sito di IFOS (in inglese) raggiungibile cliccando su questo sito.

Delle 34 ditte che producono olio di pesce di grado farmaceutico certificato da IFOS , il Miglior Acquisto è la canadese A-M B-Well perché:

  • i prezzi sono scontati fino al 40% rispetto ai concorrenti ed ha il rapporto qualità/prezzo migliore in assoluto, soprattutto se si acquistano più flaconi;
  • produce il più puro tra gli oli di pesce di grado farmaceutico: ha un contenuto di PCB (inquinanti tossici simili alla diossina) decisamente più basso rispetto ai concorrenti, e migliaia di volte più basso rispetto a quanto stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, praticamente ai limiti della tracciabilità;
  • A-M B-Well ha la certificazione IFOS su TUTTI i lotti di produzione, quindi hai la certezza di acquistare un prodotto purissimo e freschissimo;
  • A-M B-Well PGFO è prodotto nella forma di trigliceride naturale in modo da assicurare una biodisponibilità fino al 250% più alta rispetto alla forma di estere etilico contenuta in altri prodotti  (insomma devi assumere meno capsule per ottenere gli stessi effetti).
    A-M B-Well PGFO

Il certificato di analisi (virtualmente esente da inquinanti, concentrazione del 64% di omega-3) è consultabile qui: certificato omega-3

Aspetti negativi? Essendo un olio di pesce di grado farmaceutico ha un costo maggiore dei generici integratori da supermercato. Ma se si decide di utilizzare gli omega-3 per migliorare o mantenere la propria salute, non avrebbe senso acquistare un prodotto scadente, anche se economico.

Ti faccio poi notare che integrare la propria alimentazione con gli omega-3 di grado farmaceutico ha un costo giornaliero inferiore a quello di un caffè

Io acquisto da loro da più di tre anni, e sono soddisfatto (i pacchi arrivano per corriere in 3 – 4 giorni), e gli effetti sulle mie analisi del sangue sono evidenti.

Preferisco acquistare casse da 12 flaconi, in modo da avere lo sconto massimo, visto che comunque la scadenza è sempre lontana (3 anni circa).

Ho trovato anche qualche loro cliente sui forum online (prova a fare una ricerca su google), e sono contenti per il rapporto qualità/prezzo, guarda anche l’articolo di Guida Consumatore: www.guidaconsumatore.com

Si può acquistare su questo sito:

www.OlioDiPesce.it



P.S. Ricordo che gli omega-3 non servono solo per il colesterolo alto, ma hanno molte altre proprietà:

A livello cardiaco: diminuiscono il rischio di arteriopatia coronarica
diminuiscono del 20-40% il rischio di morte improvvisa durante o dopo
il primo attacco cardiaco.
A livello vascolare: riducono la pressione arteriosa
esercitano un’attività antiaggregante piastrinica (ostacolano la
formazione di trombi)
A livello delle dlslipidemie: innalzano il colesterolo buono HDL,
abbassano il colesterolo cattivo LDL, abbassano i trigliceridi.
A livello psicologico:
sono essenziali nella gestazione.
sono utili nella prevenzione della depressione post partum.
migliorano le forme di depressione maggiore.
facilitano il trattamento della schizofrenia e dei disturbi bipolari.
sono efficaci nella cura dei deficit di attenzione-me-moria-cognizione
(malattia di Alzheimer)
A livello sistemico:
rinforzano il sistema immunitario (si sono visti effetti benefici
nelle persone affette da morbo di Chron e Lupus)
sono in grado di alterare la produzione di leucotrieni migliorando le
capacità antinfiammatorie (per esempio nell’artrite reumatoide e nella
psoriasi)
Inoltre:
• sono costituenti delle membrane cellulari
• introdotti con la dieta rimpiazzano i grassi saturi rendendo le
membrane cellulari più fluide, prevenendone l’irrigidimento e il
deterioramento
• sono utili nelle funzioni del sistema ormonale
• aiutano il corpo a mantenere la sua temperatura

Spero di esserti stato utile e… in bocca al lupo per il tuo colesterolo alto!

Colesterolo, occhio al cocco!

noce di cocco
noce di cocco
La noce di cocco è una pericolosa fonte di grassi da consumare con cautela o una panacea in grado di dare una marcia in più alla nostra salute come affermano numerosi siti internet di Medicina alternativa? La risposta esatta è purtroppo la prima, come sottolineano l’American Heart Association e la National Heart Foundation.Nonostante la natura vegetale dell’olio e del latte di cocco, infatti, si tratta di prodotti ricchissimi di grassi saturi (nell’olio di cocco si arriva a un 85-90 per cento), estremamente dannosi per la salute. Persino nel latte di cocco a ridotto contenuto di grassi esistente in commercio si hanno 10 grammi di grassi saturi ogni 100 grammi di prodotto, a fronte per esempio del 2,3 per cento presente nel latte intero di mucca.

Numerosi siti internet dedicati alla Medicina alternativa affermano che i grassi saturi del cocco sarebbero comunque diversi da quelli di origine animale e quindi meno dannosi, ma è provato scientificamente che il consumo di cocco porta a un sensibile innalzamento dei valori di colesterolo LDL.

Fonte: Nogrady B. Coconut: good fat or bad? ABC Health 25/09/2008.

I rischi del colesterolo alto

La notizia. Secondo un’indagine inglese la maggior parte delle persone non è a conoscenza del fatto che alti livelli di colesterolo costituiscano un fattore di rischio importante per le malattie cardiovascolari. In particolare i ricercatori sottolineano che in molti casi è possibile abbassare questi livelli adottando semplici cambiamenti dello stile di vita, riguardanti per esempio la dieta e una maggiore pratica di attività fisica.

Approfondimento. Il colesterolo è un grasso presente nel corpo umano; si tratta di una sostanza fondamentale per il nostro organismo: è infatti una parte essenziale della composizione delle membrane cellulari, di alcuni ormoni e strutture neurologiche, oltre ad essere nutrimento per alcuni tipi di cellule. D’altro canto, il colesterolo è noto per essere responsabile di alcune patologie, per esempio l’ischemia cardiaca, l’infarto e l’ictus cerebrale.

Per i moderni salutisti, alla base di un’alimentazione corretta c’è proprio il basso contenuto di colesterolo negli alimenti; sugli scaffali dei supermercati, non a caso, molte confezioni riportano come segno di qualità, in bella vista sull’etichetta, il proprio basso contenuto in colesterolo. Questo grasso è dunque necessario per l’organismo animale, ma è indispensabile che rimanga entro determinati livelli: il problema nasce quando questi limiti vengono superati per un tempo prolungato, trasformando una sostanza utile in un potenziale pericolo per la salute.

L’indagine. Hanno partecipato allo studio indetto dalla Cholesterol UK 1000 adulti che sono stati interrogati circa le proprie abitudini alimentari e le conoscenze dei rischi di una cattiva alimentazione. Il 90 per cento dei partecipanti ha affermato di mangiare “sempre” o “generalmente” in maniera sana ed equilibrata, anche se il 60 per cento di essi ha ammesso di mangiare cibi a basso contenuto di grassi una o due volte al mese, contraddicendosi. Complessivamente solo il 5 per cento degli intervistati risultava essere consapevole del rischio legato a livelli troppo alti di colesterolo. Il 32 per cento mangia patatine fritte una o due volte alla settimana, il 19 per cento mangia cibi precotti sempre una o due volte alla settimana, mentre il 2 per cento li mangia ogni giorno, il 15 per cento mangia nei fast food una o due volte alla settimana e il 2 per cento non mangia mai frutta né verdura.

Commenti. Secondo John Reckless, della Cholesterol UK, “questa indagine dimostra che esiste una reale confusione circa le reali cause delle malattie cardiovascolari e il legame tra dieta e salute”. E ha aggiunto: “Le campagne contro il fumo e l’obesità sembrano funzionare, ma il fattore di rischio più importante, il colesterolo, non è ancora riconosciuto da molte persone”. La Cholesterol UK sta lanciando una campagna per creare un’associazione di esperti della salute che insieme possano creare una strategia a lungo termine che comprenda una dieta “nazionale” da diffondere presso la popolazione per dare il giusto risalto ai rischi del colesterolo.

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Colesterolo: meglio d’estate

I livelli di colesterolo nel sangue sembrano variare insieme alle stagioni; uno studio compiuto negli Stati Uniti e descritto sulla rivista Archives of Internal Medicine ne dà una conferma.

L’ipercolesterolemia è un aumento dei livelli di colesterolo totale nel sangue oltre i limiti stabiliti da importanti linee-guida. Si tratta di uno dei principali fattori di rischio per l’aterosclerosi e quindi di tutte le malattie cardiovascolari ad essa correlate, anche in età precoce (meno di 60 anni). Le cause dell’ipercolesterolemia si possono distinguere in dietetiche (assunzione ripetuta di condimenti e cibi particolarmente ricchi in colesterolo); legate a condizioni fisiologiche particolari (gravidanza, menopausa); malattie (ipotiroidismo, insufficienza renale cronica e alcune malattie del fegato e del sangue); originate da predisposizione genetica (frequenti, potrebbero interessare addirittura 1 persona su 25 nella popolazione generale).

Esistono vari tipi di lipidi circolanti nel sangue e per valutare correttamente il rischio cardiovascolare correlato ad un aumento della colesterolemia oltre al colesterolo totale bisogna anche raccogliere alcuni dati importanti, per esempio la trigliceridemia e la colesterolemia HDL (il cosiddetto “colesterolo buono”).

In questo studio sono stati seguiti per un anno 476 soggetti volontari, di età compresa fra i 20 e 70 anni, presso un servizio sanitario del Massachusetts. Oltre alle informazioni mediche di base sono stati raccolti dati specifici sulla dieta, l’attività fisica, l’esposizione alla luce, informazioni comportamentali e sono stati misurati i livelli di colesterolo nel sangue. I livelli medi di colesterolemia hanno mostrato una variazione stagionale pittosto ampia, specialmente nelle donne; più del 22 per cento dei partecipanti aveva una variazione superiore a 6,22 per cento mmol/litro, con le variazioni più ampie registrate nei pazienti con alti livelli di colesterolo. I livelli massimi venivano raggiunti a dicembre negli uomini, a gennaio nelle donne.

Questi dati confermano quanto suggerito da studi precedenti. Secondo gli autori, la diminuzione dei livelli di grassi nel sangue durante l’estate potrebbe essere dovuta all’aumento della temperatura e alla maggiore attività fisica. Ulteriori studi sono raccomandati per comprendere meglio come valutare queste variazioni. La scoperta ha anche delle implicazioni per le linee-guida relative allo screening dell’ipercolesterolemia. Infatti se questo fenomeno è significativo bisognerà tenere conto della stagione quando si valuta la colesterolemia di un paziente; il rischio è di sopravvalutare la gravità dei risultati delle analisi d’inverno e di sottovalutarle d’estate. In caso di valori limite gli autori raccomandano di ripetere le analisi in una stagione diversa.

Bibliografia. Ockene IS, Chiriboga DE, Stanek EJ et al. Seasonal variation in serum cholesterol levels. Arch Intern Med 2004;164:863-70.

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Colesterolo alto, colpa anche dei geni

Se nonostante dieta e attività fisica faticate a tenere a bada il colesterolo cattivo, non demordete, la strada per restare in salute è quella giusta ma, forse, i vostri geni remano contro. Infatti un gruppo di ricerca coordinato da Paul Williams della Berkeley Lab’s Life Sciences Division ha scoperto che i geni giocano un ruolo di primaria importanza nel regolare il colesterolo cattivo nel sangue e che, quindi, alcuni individui devono faticare più di altri semplicemente in virtù del fatto che sono più suscettibili all’ipercolesterolemia. Lo studio, condotto in California su coppie di gemelli identici presso il Dipartimento Energy’s Lawrence Berkeley National Laboratory e il Children’s Hospital Oakland Research Institute (CHORI), è stato reso noto sull’American Journal of Clinical Nutrition.

L’indagine sembra offrire un motivo al fatto che alcuni di noi hanno la sciagura di avere il colesterolo alto pur stando perennemente attenti a ciò che mangiano mentre altri, fortunatissimi, possono concedersi a tavola qualche strappo alla regola in più, senza risentirne almeno in termini di grassi cattivi accumulati nel proprio corpo. I ricercatori hanno scelto di seguire 28 coppie di gemelli identici, quindi con identico assetto genetico, ma in cui i due fratelli avessero differenti stili di vita, per valutare il peso di geni e comportamenti sui livelli di lipoproteine a bassa densità (LDL) che costituiscono il colesterolo cattivo, deleterio per la salute cardiovascolare.

Gli esperti hanno sottoposto i volontari a due tipi di dieta alternativamente, una a basso contenuto di grassi (che costituivano il 20 per cento dell’introito calorico), l’altra ad alto contenuto di grassi (pari al 40 per cento delle calorie assunte). Gli esperti hanno visto che passando dalla prima alla seconda dieta il livello di colesterolo saliva inevitabilmente per tutte le coppie di gemelli ma in modo diverso da coppia a coppia. Inoltre nei due fratelli i cambiamenti di colesterolemia dieta-dipendenti erano identici, segno che a regolarli sono i geni e non lo stile di vita dei fratelli stessi. Su quali siano i geni coinvolti ancora si sa molto poco, hanno ammesso gli esperti, esortando tutti a non abbandonare le sane abitudini, dieta sana e sport ed eventuali trattamenti medici consigliati dallo specialista, tutti comportamenti che rimangono le uniche armi valide contro l’ipercolesterolemia.

Fonte: Williams PT et al. Gene-Nutrienti interactions. Am J Clinical Nutrition 2005;82:181-7.

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Arriva dalla Preistoria la dieta anti-colesterolo

Come combattere l’epidemia di obesità, il boom di patologie cardiovascolari e l’enorme diffusione del diabete, tutte causate dalla super-alimentazione dell’uomo moderno? Tornando alle radici, cercando di capire per quale dieta è costruito l’uomo. Lo ha fatto un team di nutrizionisti canadesi, che ha provato a riscoprire la dieta tipica delle prime fasi dell’evoluzione umana in uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista Epidemiology.

Il corpo umano è costruito per funzionare con un regime alimentare del tutto diverso da quello adottato dall’uomo moderno, almeno nei Paesi occidentali. In un’era di inattività fisica e di abbondanza alimentare, l’obesità sta assumendo proporzioni epidemiche. Siamo programmati per mantenere costanti i livelli di glucosio nel sangue anche in periodi di grave carenza alimentare, ma il continuo introito di calorie manda in tilt il metabolismo causando l’esponenziale aumento di casi di diabete. E infine siamo programmati per sintetizzare colesterolo in un ambiente a basso introito calorico e in sostanziale assenza di grassi saturi e colesterolo alimentare, ma la dieta occidentale, ad alto contenuto lipidico, sta causando un vero boom delle patologie cardiovascolari.

Per la maggior parte del loro percorso evolutivo, i primati hanno fatto riferimento ad una dieta vegetariana ricca di fibre, povera di grassi saturi, carente di colesterolo, con carboidrati prevalentemente assunti in forma diluita, ricca in micronutrienti e sostanze fitochimiche e a bassa densità energetica complessiva. Quando l’Homo abilis abbandonò la giungla e colonizzò la savana, circa 2,5 milioni di anni fa, le sue abitudini alimentari dovettero necessariamente mutare, e si suppone che una delle nuove strategie adottate fosse quella di mettersi sulla scia dei grandi carnivori per cibarsi delle carogne lasciate dietro di loro, in competizione con gli sciacalli. Si suppone anche che l’abilità di costruire oggetti appuntiti derivasse dalla necessità di forare crani e ossa lunghe delle carogne per potersi cibare di midollo e cervello, ricchi di proteine e grassi.

Con l’ulteriore sviluppo della manualità, la caccia su larga scala diventò possibile, e l’introito di carne aumentò esponenzialmente. La rivoluzione agricola di 10.000 anni fa introdusse una ulteriore novità nella dieta umana, con la massiccia introduzione di cereali e quindi di amido. A questo punto fece la sua comparsa il diabete, descritto per la prima volta dagli Egizi. La Rivoluzione Industriale e la capacità di conservazione pressoché illimitata dei cibi a seguito dello sfruttamento dell’energia elettrica e dai progressi in Chimica hanno portato ad una enorme abbondanza di cibo per l’Homo sapiens, senza che il suo/nostro corredo genetico abbia avuto modo di adattarsi al cambiamento.

I ricercatori del Department of Medicine and Nutritional Sciences dell’University of Toronto guidati da David Jenkins hanno messo a punto una dieta modellata sulla situazione che si presume ci fosse nel Miocene, da 4 a 7 milioni di anni fa (vegetali a foglia larga, mandorle, nocciole, frutta) e hanno comparato i suoi effetti sul quadro lipidico generale con quelli ottenuti grazie ad altre due diete, una ‘Neolitica’ (cereali, legumi, latticini) e una terapeutica moderna (NCEP step 2: a basso introito di grassi saturi e alto introito di vegetali). La caratteristica peculiare della dieta Miocene è il consumo di cibi molto voluminosi (in media 5,5 kg di cibo quotidiano per un individuo di 70 kg), che ha fatto aumentare il tempo dedicato ai pasti (in media 8 ore al giorno). Dopo 2 settimane, i livelli di colesterolo LDL sono risultati minori del 33 per cento nei soggetti alimentati con dieta Miocene, del 23 per cento nei soggetti alimentati con dieta Neolitica e del 7 per cento nei soggetti alimentati con dieta NCEP step 2. dato ancora più significativo, il rapporto LDL/HDL è diminuito rispettivamente del 24, 12 e 5 per cento. La dieta Miocene ha avuto un impatto sul quadro lipidico generale equiparabile a quello di una terapia a base di statine. In relazione al problema dell’obesità, il volume imponente del cibo della dieta Miocene è una chiara indicazione dell’importanza del volume del cibo ingerito nel controllo dell’appetito. L’attività fisica rimane un fattore-chiave.

Fonte: Jenkins DJA, Kendall CWC. The garden of Eden – Plant-based diets, the genetic drive to store fat and conserve cholesterol, and implications for epidemiology in the 21st century. Epidemiology 2006; 17(2):128-30.

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